Il modo migliore per cominciare i Mondiali è chiedere scusa a Byron Moreno
Ci siamo, anzi ci risiamo. La parola d’ordine categorica, impegnativa per tutti, è una sola: boh. Vincere? Perché no, in fondo quattro anni fa nessuno credeva che saremmo diventati campioni. Oggi abbiamo qualche anno di più e qualche qualità in meno. Ci scherzano su anche loro, si definiscono “bolliti esperti” e l’ironia è sempre un buon segno. Abbiamo contro gli annali, mai una Nazionale europea è riuscita a vincere il titolo fuori dal continente.
16 AGO 20

Lo facemmo senza grazia nel 1990, nel 1994, nel 1998, con risultati nettamente migliori nel 2006, tant’è che qualcuno uscì letteralmente fuori di testa. Comunque ci siamo. L’adrenalina è già in circolo, chi non ce l’ha non è del mio mondo e si tenga quindi alla larga. Voglio poter sognare perché non sono Olimpiadi né campionati di atletica, non dobbiamo combattere la fredda guerra per conquistare un decimo di secondo o mezzo centimetro. Non ci sono classifiche pregresse, record personali che diano indicazioni, nulla può ipotecare il futuro. Il calcio non è uno sport, per questo esalta. Sul campo non c’è giustizia, né quella cosa sciapa e per bene che chiamano cultura sportiva: regnano ingiustizia e crudeltà. L’etica è bandita: sennò avremmo dovuto tagliarla quella mano sinistra che nel 1986 spinse la palla nella rete inglese. Ma avremmo recato offesa a Dio che quel giorno era dalla parte degli spergiuri e dei bari e accompagnò il genio di Maradona in quella serpentina di cinquanta metri palla al piede, difensori e portiere saltati come paracarri, che è il più bel gol di sempre.
Il calcio vive di provocazione fisica e verbale, di simulazione e dissimulazione, incoraggia lo spirito truffaldino del momento. Non c’è attaccante corretto che non si sia buttato a terra almeno una volta né difensore esemplare che non abbia commesso un fallo e alzato il braccio al cielo per dire di non aver fatto nulla. Il calcio è un gioco e un’arte, è cosa della mente e del piede, l’intelletto che misura distanze che non si vedono e disegna traiettorie impensabili, il piede che scolpisce bellezza. Appartiene all’estetica e solo ai suoi canoni deve rispondere. E come l’artista insoddisfatto della propria opera, la squadra che perde può prendersela solo con se stessa e con nessun altro. Ecco perché se e quando perderemo, dovremo provare per una volta almeno a farlo con stile. Senza star lì a sezionare il capello, senza piagnistei né scuse, senza inveire contro gli arbitri o ammiccare a giornalisti pelosi sempre pronti a vedere complotti.
Per questo non sarebbe male cominciare con restituire l’onore al signor Byron Moreno, sì proprio all’arbitro di Italia-Corea del sud dei Mondiali del 2002. Poche sera fa mi è capitato di rivedere quella partita. La ricordavo scandalosa. Invece quel tracagnotto con l’aria da caudillo per quasi novanta minuti commise pochissimi errori: il più grave fu a nostro favore, non punì con il secondo giallo e con l’espulsione un maldestro intervento da dietro di Francesco Coco. Dopo l’eliminazione, lo linciammo, dicemmo che aveva preso soldi e regali dal presidente della Federazione sud coreana. Quell’Italia lì, con il Trap in panchina che pure spargeva intorno a sé acqua benedetta, fu raggiunta all’ultimo secondo regolamentare, sconfitta ai supplementari ed eliminata perché per quattro volte, davanti a una porta vuota, buttammo la palla al cielo. Le chiediamo scusa, signor Byron Moreno, perché questo è lo stile dei campioni.